Da-Da-Da, considerazioni sulla televisione che fu



In questi giorni di ferie, lontani dall’Auditel e con un pubblico ridotto, i responsabili dei palinsesti televisivi non si stanno spremendo molto. La tecnica è semplice: basta pescare nell’immenso archivio di più di mezzo secolo di televisione, per assemblare insieme un’oretta di intrattenimento a costo zero.

Senza contare che, con l’età media degli italiani in continua crescita e con le ristrettezze in cui versano i pensionati, è quanto mai probabile che l’audience costretta a casa davanti alla televisione non sia proprio giovanissima. Insomma la televisione che fu, per il telespettatore che fu. E così mezza Italia di mezza età si ritrova a canticchiare all’ora di cena le canzoni che hanno fatto da colonna sonora ai loro primi amori, ripetendo ad ogni cantante il ritornello “ma guarda com’era giovane!” (come se il tempo per loro non fosse passato).

L’effetto “televisione che fu” risulta essere trasversale un po’ a tutte le reti, complice anche la recente scomparsa di Raimondo Vianello, tuttavia la trasmissione emergente in questo nuovo filone del riciclo è Da Da Da su RaiUno. La sua visione è estremamente illuminante per chi si occupa di mezzi di comunicazione.

Colpisce  il ritmo più lento e rilassato degli anni Sessanta che diventa sempre più frenetico man mano che ci si avvicina ai giorni nostri: come se oggi si sentisse l’obbligo di riempire fino all’ultima pausa, senza sosta e senza soluzione di continuità. Una doccia di immagini e di parole, che lava via anche gli ultimi spazi di pensiero autogestito.

Tuttavia, è inutile negarlo, ciò che maggiormente distingue i vecchi spezzoni della televisione che fu dalla televisione di oggi è il linguaggio e il contenuto. Era, quella di allora, una televisione che entrava “in punta di piedi nelle case degli italiani” e con garbo ed educazione salutava, chiedeva permesso, parlava sottovoce. Nessuna rissa in tv, nessuna voce due ottave più del necessario, niente parolacce e… niente primi piani insistenti su posteriori svolazzanti e scollature disinibite.

Si dirà: eravamo meno liberi, ci teneva in pugno la morale democristiana dominante. E’ vero e sacrosanto. Ma allora, perché ancora oggi si ride di gusto alle battute di allora, che spesso fanno anche allusioni pesanti pur senza scadere nel volgare a tutti i costi? Perché una scena di tango può essere sensualissima senza che per forza inizi con un primissimo piano dello spacco ascellare di una gonna?

C’era meno libertà, sì, ma c’era più rispetto per le donne e per il loro corpo. E non stiamo forse scambiando per libertà la forzata sottomissione ad un’altra morale, fatta di scandaletti, soubrettine, successo facile creata dal vuoto assoluto di ideali di una certa politica?


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