Gabbie salariali e gabbie gergali

photo credit: AndreA | AerdenA
Da alcuni giorni sui mezzi di informazione è comparsa una espressione: gabbie salariali. Prima in sordina, poi con una frequenza sempre più accentuata. Il termine è diventato ormai di uso comune, scritto e detto con un tono di ovvietà, che sottointende: “Ma come, non sai cosa sono le gabbie salariali? Ma dove vivi? Ma sei proprio out!”
Ebbene, può succedere e generalmente succede spesso, che alcuni termini del gergo tecnico-economico-sindacalista sfuggano ai più. Peraltro gabbie salariali è un termine che si è utilizzato fino agli anni ‘60 per indicare una diversità dei salari in base al costo locale della vita. Dal 1969, invece, tutti i salari di ciascun settore sono stati equiparati, indipendentemente dal fatto che l’affitto di un appartamento sia più caro a Verona che non a Canicattì. E così via.
Non voglio entrare nella polemica sull’opportunità o meno di resuscitare queste gabbie salariali. Sulla vacuità delle polemiche che scoppiano periodicamente sui mezzi di informazione, abbiamo già scritto in un post recente. Ancora una volta vorrei affrontare l’argomento da un punto di vista di pura comunicazione.
La struttura dell’espressione è interessante, la metafora molto vivida. Esaminiamola secondo le variabili raccomandate dal sito The Methaphor Observatory che ogni anno fa una classifica delle migliori metafore utilizzate nel gergo dell’informazione:
- accuratezza (ha un senso come metafora?)
- popolarità (cattura l’attenzione?)
- Impatto (comunica con successo all’audience?)
- Rilevanza (E’ contemporaneo?)
Mentre sulle prime due variabili non mi pare sussistano problemi, per quanto riguarda l’impatto, nel senso della capacità di comunicare il concetto con successo e la contemporaneità, trattandosi del ripescaggio di un termine di più di quaranta anni fa, mi permetto di avanzare dei dubbi. In teoria chiunque ha meno di 40 anni e non ha un padre o uno zio sindacalista, ha tutto il diritto di non aver ben chiara l’espressione.
E poi, prendiamo la parola gabbie. La mente corre subito più che ad una divisione a zone, legata ad un senso di costrizione, di libertà negata, il che non è certo il massimo quando si parla di lavoro dipendente.
Insomma, il gergo dell’informazione, a mio parere, nel tentativo di essere quanto più generalista possibile, nasconde di fatto una frattura tra gli addetti ai lavori e la gente comune. Cosa ne pensate?
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