Comunicazione non violenta

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Creative Commons License photo credit: AEN Foto

Ci si può abituare alla violenza? A volte sembra proprio di sì, almeno per quello che riguarda un certo modo di parlare, sempre sopra le righe, sempre troppo litigioso: se urlo mi faccio sentire, se urlo più di te non solo mi faccio sentire di più ma pretendo anche di avere ragione.

E’ la logica della prevaricazione, i cui miseri effetti si vedono ovunque: nei talk show televisivi, per la strada, in ufficio. Chi di voi non ha assistito recentemente ad una discussione di questo tipo?

Esiste però, per fortuna un altro tipo di comunicazione. La comunicazione non violenta. Ne è ideatore l’americano Marshall Rosenberg, autore di “Le parole sono finestre (oppure muri)”, titolo già di per sè esplicativo di una metodologia di approccio alla comunicazione aperta, empatica, di dialogo.

Alla base della comunicazione non violenta ci sono quattro regole:

  1. Osservare i fatti oggettivamente, senza estremizzare
  2. RIconoscere e manifestare i propri sentimenti
  3. Esprimere i propri bisogni
  4. Formulare una richiesta in termini positivi

In poche parole, una comunicazione che predispone all’ascolto dell’altro, all’accoglienza delle esigenze altrui, alla mediazione pacifica. Sembra qualcosa di utopistico, un po’ vecchio stile gandhi-pacifista? Non troppo. Se ci fate caso i guru dei social network è proprio questo che raccomandano alle aziende nella loro comunicazione: smetterla di urlare i propri vantaggi e, osservando oggettivamente le reazioni dei consumatori, ascoltare, dialogare, formulare richieste aperte e di accettazione verso l’altro.

Forse, questa comunicazione non violenta andrebbe studiata ed applicata di più. Non vi pare?


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