Berlusconi lo spot e la magia perduta del testimonial


Avete visto questo spot per promuovere le località turistiche italiane? O quanto meno ne avete sentito parlare? Allora forse vi sarete già fatti un’idea: è bello, è brutto, è assurdo, è efficace, non è efficace. E questa idea, quasi sicuramente, sarà stata determinata dalla vostra posizione politica e dal vostro giudizio su Berlusconi.

Sembrerebbe quindi abbastanza inutile riparlarne, anche perché da un punto di vista oggettivo lo spot non è un capolavoro di arte pubblicitaria: poche immagini di repertorio, montate con grazia ma senza un guizzo, un po’ retoriche e ingessate. Diciamo, senza polemiche, uno spot in doppiopetto, in linea con lo stile del creativo che lo ha ideato, lo stesso Berlusconi. Il quale associa alla parola “vacanza” un verbo in assoluto contrasto, “impiegare“: come a dire che bisogna essere sempre al lavoro, anche nelle sacrosante pause dal lavoro. Messaggio subliminale ma poi neanche tanto, che ricorda certe recenti dichiarazioni del nostro premier.

Ma c’è un’altra considerazione da fare, più generale ed è quella sull’opportunità di utilizzare un testimonial in una campagna. Ho sempre avuto molte perplessità sui testimonial e questo ennesimo spot me lo conferma. Il rischio è quello che il testimonial vampirizzi (signor Presidente del Consiglio, mi consenta l’uso di questo termine) il prodotto che sta presentando e che alla fine si finisca più per ricordare il personaggio che non il prodotto.

Insomma, i personaggi famosi, se sono troppo famosi e troppo presenti, fanno perdere ad ogni spot non solo la magia, ma anche il ricordo. Volete una prova? Facciamo un gioco: accoppiate senza pensarci su troppo Belen, Michelle, Aldo, Hilary e Raoul ad altrettante compagnie telefoniche. Come ve la siete cavata?


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